UN APPELLO PER L’EUROPA

Con questo testo di Roberto Speciale il Centro in Europa intende aprire una discussione sull’Unione europea, messa a dura prova dalla vicenda della Grecia. Secondo Speciale, in un’Europa a (inadeguata) guida tedesca, “Rimane la possibilità, non fortissima ma forse l’unica, che il Parlamento europeo e la Commissione prendano loro l’iniziativa politica (…) per far prevalere l’interesse generale contro i particolarismi, per ridare fiato ai cittadini che eleggono direttamente il Parlamento europeo, per coinvolgere anche i parlamenti nazionali“. Per questo rivolge un appello a “tutti i gruppi parlamentari e i partiti di sinistra disponibili a livello europeo per definire una piattaforma politica” e “innanzitutto a Jean-Claude Juncker, a Martin Schulz perché a settembre si discuta e al più presto si prenda un’iniziativa forte, clamorosa, che si proponga di costruire e completare l’Europa”.
Pubblicheremo nei prossimi giorni opinioni espresse da voi o presenti su strumenti di comunicazione “aperti”.

Carlotta Gualco

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TESTO DI ROBERTO SPECIALE

Sul numero 1 della rivista in Europa di alcuni mesi fa[1], uscito a marzo, ho scritto un articolo intitolato “La Grecia e noi”, al quale rimando solo per dire che, alla luce di ciò che scrivevo, quanto è successo dopo non mi ha sorpreso. Purtroppo è chiaro che la Grecia era ed è in una situazione molto pesante che non si risolve immediatamente e tanto meno con gli espedienti e con le furbizie. E d’altra parte non ci voleva molto ad ipotizzare (già molti mesi fa) che c’è sempre una sinistra più a sinistra della sinistra che è contro ogni accordo ed è pronta a costituire nuovi partiti che ne gemmeranno altri. L’unico paragone possibile con l’Italia, perché per molti altri aspetti, per fortuna, non c’è somiglianza, è che anche da noi c’è sempre qualcuno che non vuole fare i conti con la crisi, che pensa che rompere il termometro sia il modo più sicuro per non avere più la febbre, e che è pronto a dar vita o più facilmente ad annunciare nuove formazioni politiche. Durante il referendum greco vi è stata, come è noto, una grande trasmigrazione italiana ad Atene, composita, formata da “grillini” e da spicchi di sinistra (ma da lontano hanno fatto il tifo anche la Lega e parte della destra) che pensavano che quella sarebbe stata l’alba di un nuovo mondo. Ora avrete notato che tutti quei partecipanti sembrano molto silenziosi o cercano di parlar d’altro.

Purtroppo il referendum greco è stata una scelta politica sbagliata ed anzi rovinosa. Non è lo strumento referendum che è in discussione ma il suo utilizzo e gli obiettivi che ci si propone. Di fronte ad una domanda un po’ contorta ma che chiedeva nella sostanza: “Volete fare più sacrifici o no?” era facile pensare che la maggioranza avrebbe risposto no e lo avrebbe fatto in ogni luogo del mondo, non solo in Grecia. Ciò che dovrebbe stupire è invece che il 40% abbia risposto si! In ogni caso quel referendum non ha rafforzato Tsipras e ha invece irritato i creditori, indurito le posizioni politiche di grandissima parte dei Paesi europei e reso quindi più difficile l’uscita dalla crisi e più pesanti le condizioni richieste al debitore.

Tsipras però, e questa è la prima novità da allora, nonostante questo e il pressing durissimo al quale è stato sottoposto in Europa e in patria, ha tenuto alla fine, sembrerebbe, la barra del timone dritta su ciò che si è impegnato a fare. Non so se quelle misure saranno risolutive (francamente non lo credo) e in quali tempi ma il vero problema era ed è restituire alla Grecia un’immagine di responsabilità e l’intenzione di fare i conti con la propria situazione interna che in grande parte è frutto di suoi errori ed omissioni. C’è però una seconda questione che emerge con nettezza da questa crisi e dalla sua gestione e che costituisce la vera novità con la quale fare i conti. C’è stato sicuramente un atteggiamento non solo eccessivamente duro nei confronti della Grecia ma forse vendicativo da parte della Germania e di alcuni suoi alleati, che non fa onore all’Unione europea, che è e deve essere un luogo di risoluzione di problemi, di mediazione dove il senso di giustizia e di equilibrio politico debbono essere centrali.

Il problema allora è posto: è difficile, veramente difficile se guardiamo agli ultimi anni fare un bilancio positivo del ruolo della Germania in Europa. Si può e si deve discutere se l’Unione europea possa essere guidata da un solo Paese. Tenderei a dire di no in linea di principio e non solo guardando ad un’Europa federale ma anche solo ad un’Europa intergovernativa. La questione però non è neppure questa. Il punto che è emerso è che la Germania non è capace di guidare l’Europa, non ne ha la cultura politica e manca della necessaria flessibilità e la sua vera o presunta primazia rischia di sbriciolare l’Unione europea. Verso il mondo ha un atteggiamento di indifferenza o di insufficiente sensibilità (leggi l’impegno contro il terrorismo islamico, la Libia, il Mediterraneo, i temi dell’immigrazione, ecc.) forse con l’unica eccezione, parziale, dell’Ucraina, solo perché è un vicino di casa. Ciò che risalta da un’Europa a guida di un solo Paese e nel caso concreto a guida tedesca è che privilegia i ristretti interessi nazionali e geopolitici e a sua volta sollecita altri nazionalismi a cominciare dai propri vicini di casa (Polonia, Ungheria, Paesi baltici, Olanda, ecc.). Ignora infine una questione di fondo come quella della minaccia del Regno Unito ad uscire dall’Unione europea.

Se guardiamo poi alle questioni interne all’Europa è sempre più evidente che la Germania (il suo Governo ma temo in generale le sue classi dirigenti) ha scarso interesse alla crescita e allo sviluppo (forse perché lei si sente appagata) ed un allarme eccessivo solo in parte giustificato per gli squilibri di bilancio degli altri Paesi e in particolare di quelli mediterranei. Ed è per questo che non è capace di aprire il proprio mercato interno, che soffre di uno squilibrio economico e commerciale molto grande e che è una delle ragioni dello squilibrio di altri Paesi europei e della loro mancata crescita (ma anche della sua crescita, della Germania). Sulla Grecia poi è stata la più rigida sbagliando a non prendere in considerazione la rimodulazione del debito greco per renderlo sostenibile come ormai apertamente sostengono il FMI e la BCE ed imponendo un Fondo nazionale di garanzia spropositato ed umiliante.

In questi anni di guida di un Paese sull’Europa non si sono fatti significativi progressi sull’unione economica e monetaria, senza la quale la moneta vacilla, e sull’unione politica, senza la quale la UE non può né decollare né stabilizzarsi. Bisogna quindi prendere atto e cambiare questa situazione, e rapidamente. Il problema del rifiuto a continuare a subire una guida tedesca sull’UE è posto in tutta la sua evidenza ma la soluzione è estremamente difficile. Non è realistico infatti pensare che la Germania si corregga da sola (non vuole e forse non può). Il riequilibrio con altri Paesi è molto debole (solo ultimamente qualche timido segnale è venuto da Francia e Italia), una conferenza intergovernativa per rivedere i trattati e procedere sulla via dell’unione federale è una strada non percorribile in una fase di allentamento della solidarietà, di accentuazione dei nazionalismi, di assenza di leader credibili.

Rimane la possibilità, non fortissima ma forse l’unica, che il Parlamento europeo e la Commissione prendano loro l’iniziativa politica come uniche istituzioni collegiali, sovranazionali e con una certa autonomia (insieme alla Banca Centrale europea) per far prevalere l’interesse generale contro i particolarismi, per ridare fiato ai cittadini che eleggono direttamente il Parlamento europeo, per coinvolgere anche i parlamenti nazionali. L’obiettivo deve essere quello di accelerare veramente la strada del completamento istituzionale per l’unione economica e monetaria (cioè anche fiscale, bancaria e di bilancio) e per l’unione politica, cioè l’egemonia delle istituzioni europee sull’Europa, la guida degli affari generali da parte dell’Unione europea.

È il momento credo per preparare un incontro di tutti i gruppi parlamentari e i partiti di sinistra disponibili a livello europeo per definire una piattaforma politica a cominciare dai temi dell’euro e dell’Unione europea, per tracciare delle convergenze o delle differenze, per provare ad essere un motore della costruzione europea pensando che questa è, da tempo, l’idea più di sinistra di questi ultimi decenni. Cosa ne pensa il gruppo dei Socialisti e dei Democratici al Parlamento europeo? Cosa ne pensa Gianni Pittella, che è il presidente di questo Gruppo? Cosa ne pensa il PD? Cosa ne pensano Renzi e Gozi? Cosa ne pensano altre formazioni politiche?

Non so se si vuole imboccare questa strada ma se per avventura lo si facesse bisognerebbe ignorare il “documento dei 5 Presidenti”, elaborato poco tempo fa, e che è largamente inadeguato, a mio parere. Si respira in quel documento purtroppo un’aria stantia di gradualismo esasperato, di impalcature istituzionali complicate, di procedure, documenti, comitati che si accavallano uno sull’altro e che non ci portano, credo, da nessuna parte. Si ipotizzano poi tempi biblici (il 2025!) dimostrando che non si coglie il fatto che è ora che si decide se l’Unione europea ci sarà ancora oppure no. Mi rendo conto delle difficoltà e soprattutto del compito arduo di convincere da parte del Parlamento europeo e della Commissione Stati riottosi, istituzioni arroccate, strutture demotivate, formazioni politiche nazionalistiche. Non sarà facile ma ricordiamo anche che molti Paesi dipendono dalle provvidenze e dalla legislazione europea e che tutti dovrebbero avere l’interesse a costituirsi in lega dei popoli per far fronte allo sviluppo e alla competizione mondiale e per tenere testa ai gravi pericoli che incombono nel mondo. L’alternativa è solo lo sfaldamento. Ci rimetteremmo tutti in questa prospettiva e sarebbe la fine dell’idea più innovativa e importante del Novecento ma ci rimetterebbero ancora di più i Paesi piccoli e di recente adesione, che non avrebbero nessuna prospettiva e che sarebbero attratti e subordinati da altri, di volta in volta dalla Russia, dagli Stati Uniti o dalla Germania. Nella migliore delle ipotesi si ricreerebbe la mappa medievale di tanti staterelli o di coalizione di staterelli in lotta tra di loro. Vorrei quindi fare un appello innanzitutto a Jean-Claude Juncker, a Martin Schulz perché a settembre si discuta e al più presto si prenda un’iniziativa forte, clamorosa, che si proponga di costruire e completare l’Europa, sia essa una conferenza pubblica da decidere in tempi molto rapidi, una sessione permanente delle istituzioni europee o una serie di incontri diffusi sul territorio europeo per sensibilizzare e superare questa situazione. Insomma un atto politico che decreti la fine della guida di un solo Paese sull’UE e ridia forza da protagonisti alle istituzioni europee sovranità e democratica legittimità.

Non so se questo possa apparire come l’ultima spiaggia, spero di no ma temo di sì. D’altra parte, se vi sono altre idee, migliori e più immediate, sarebbe il momento di esprimerle.

[1] Rivista in Europa, anno XXIV numero 1/2015 “Italia, Europa crescere insieme”.

Superare l’emergenza, costruire l’Unione politica, di Sandro Gozi

Riceviamo da Sandro Gozi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per gli Affari e le Politiche Europee

Il negoziato che ha portato all’accordo sulla Grecia deve essere uno spartiacque per l’Unione Europea. Responsabilità e solidarietà hanno prevalso su chi voleva far uscire Atene dall’euro (e ci sono stati momenti in cui solo Italia, Francia e Cipro si opponevano alla Grexit), ma ora, tamponata l’emergenza, occorre riflettere su quello che deve cambiare in Unione Europea. Non c’è solamente un problema greco: c’è un problema europeo. Troppo poca governance politica, troppe divergenze economiche: insieme a una crescente sfiducia, tra Stati membri ma anche tra cittadini e istituzioni stesse della UE. È vero, alcuni passi avanti sono stati fatti, penso all’Unione bancaria, al Meccanismo europeo di Stabilità, alla politica monetaria della Banca centrale europea: tutte misure utilissime a evitare un futuro contagio come quello che abbiamo conosciuto pochi anni fa. Ma non può essere questo il destino della UE, non possiamo occuparci solo di emergenze e di crisi. Serve molto di più.

È per questo che abbiamo il dovere di insistere sulla convergenza reale delle economie europee. Non semplicemente e non solo una convergenza economica, ma anche sociale, fiscale e finanziaria. Dobbiamo naturalmente rispettare le regole che ci siamo dati, ma anche capire che senza una governance efficace e una maggiore legittimità democratica, non riusciremo a colmare il gap di sfiducia che si è creato in questi anni.

Pensiamoci: negli anni della grande spinta all’integrazione europea, scelte coraggiose e lungimiranti come quelle dei fondi di coesione hanno permesso un avvicinamento sempre maggiore dei Paesi Ue. La sfida del nostro tempo è quella di creare un bilancio comune della zona euro che completi il piano Juncker dotando l’Unione dei mezzi necessari per sostenere gli investimenti e per attivare politiche anticicliche, laddove ve ne fosse bisogno.

Rafforzare l’Unione significa anche dotarla di una governance efficace: non è possibile delegare tutto ai negoziati notturni, come troppo spesso è accaduto, specialmente negli ultimi anni. Per questo abbiamo lavorato e continuiamo a farlo affinché alcune semplici proposte possano essere adottate: un presidente stabile dell’Eurogruppo, un parlamento della zona euro. Dobbiamo occuparci di costruire, non solo di riparare.

Costruire significa puntare su più crescita, più investimento e più occupazione. Più ambizione europea e più solidarietà. L’euro è stato uno straordinario progetto monetario, ora deve tornare a essere anche un grande progetto politico.

Due nodi da sciogliere perché l’Europa vada avanti, di Stefano Polli

Riceviamo da Stefano Polli, vicedirettore dell’ANSA

La drammatica crisi economica greca ha confermato purtroppo i nodi strutturali che impediscono la crescita dell’Europa e frenano la costruzione dell’Unione politica.

Da un lato una dottrina economica basata sulla sfiducia e sulla mancanza di visione e solidarietà. Dall’altro il metodo decisionale basato essenzialmente sul metodo intergovernativo con le Istituzioni che spesso intervengono a cose fatte.

“Ho sempre trovato la parola ‘Europa’ sulle labbra di chi, volendo qualcosa dagli altri, non osava chiederlo a nome suo”. Questa frase, molto attuale in questo momento di euroscetticismo crescente, e che potrebbe essere stata pronunciata da diversi politici europei (soprattutto del nord Europa) nelle fase più concitata del negoziato tra Atene e la Troika (chiamiamo le cose con il loro nome) è in realtà stata detta un secolo e mezzo fa, in pieno ottocento. Sembrerebbe che molte cose non sono cambiate.

Ma per fortuna non è così. L’Europa esiste ed è destinata ad andare avanti. A metà del guado della costruzione europea non ha senso voltarsi indietro. Quell’Europa che stava sulla sponda da cui siamo partiti non esiste più. Esiste solo quella sulla sponda che dobbiamo raggiungere anche se è ancora da costruire.

Sciogliamo quindi i due nodi che legano ancora l’Europa.

Per il primo nodo servono coraggio e visione, fiducia e solidarietà. Il rigore e l’austerità vanno bene se sono accompagnate da politiche di sviluppo e da investimenti europei. E questo è possibile soltanto andando avanti con politiche comuni, nuovi e più forti legami politici.

E questo si fa lasciando definitivamente il metodo intergovernativo e tornando con convinzione al metodo comunitario. Le cose si devono decidere a Bruxelles, non necessariamente a 28, ma magari con le cooperazioni rafforzate, con gruppi ridotti di Paesi che vanno avanti lasciando le porte aperte agli altri. Magari costruendo nuove e più forti Istituzioni dell’Eurogruppo e creando una dimensione politica vera e concreta intorno alla moneta unica.

Perché deve essere vera la frase di Roland Dumas, uno dei più grandi europeisti del novecento: “l’Europa è il futuro, qualsiasi altra politica è il passato”.

Il futuro è davanti a noi. Il resto è per i libri di storia. Compresa la frase citata all’inizio. A proposito: era di Otto Von Bismarck.

Perché non mi sento orgoglioso di essere europeo, di Giorgio Pagano

Riceviamo da Giorgio Paganopresidente delle Associazioni Mediterraneo e Funzionari senza Frontiere 

Intervengo volentieri sul blog “Discutiamo sull’Unione europea. Che cosa ci ha insegnato la crisi greca?”. Sono a Sao Tomè, in Africa, impegnato in un progetto di cooperazione internazionale. Le uniche vicende che ho cercato di seguire su internet sono state quella greca e quella dell’immigrazione: due tristi storie che rappresentano un fallimento di enormi proporzioni per l’Unione europea. Cito anche la vicenda dell’immigrazione, perché i migranti sugli scogli di Ventimiglia, o l’annuncio che l’Ungheria vuole costruire una barriera sul confine con la Serbia, ci parlano di una mancanza di corresponsabilità e di una perdita dei valori di umanità e di solidarietà da parte dell’Europa. Un continente nato per smantellare le barriere al suo interno ed essere un territorio di libera circolazione per cittadini di varie nazionalità, oggi diventa un paravento per nuovi e rinati nazionalismi. Tutto ciò, visto dall’Africa, il luogo da cui partono per l’Europa centinaia di migliaia di profughi politici, economici e ambientali -anche a causa delle politiche neocoloniali di tanti Paesi, compresi quelli europei- non può che portare a condividere l’analisi di Stefano Rodotà: “Sembra che l’Unione abbia abbandonato l’ambizione di costruire il suo popolo” (la Repubblica, 16 luglio 2015). Un cambiamento drammatico di scenario che, lo confesso, non mi fa sentire orgoglioso di essere europeo. Le promesse e le speranze del 1992 non sono state mantenute. Ha ragione Gianni Pittella: “Questa Europa asmatica e individualista non piace e ha esaurito la sua spinta propulsiva. O si lavora da subito agli Stati Uniti d’Europa oppure saremo ben presto al traguardo finale”. È il grido di Altiero Spinelli che ritorna. Ma tutto attualmente milita contro il federalismo europeo. Come in ogni grande crisi sistemica, o si mobilitano grandi energie, “dall’alto” e “dal basso”, o tutto si sfibra fino allo scacco finale.

La luce lasciata accesa da Tsipras 

Concordo, in generale, con l’analisi di Nicola Vallinoto. Il Governo Tsipras ha certamente commesso errori, ma nei primi quattro mesi di vita aveva drasticamente ridotto il disavanzo e aveva un avanzo primario. La Grecia non aveva una crisi di liquidità, ma una crisi di solvibilità, originata a sua volta da una crisi di competitività. Una crisi che non poteva e non può essere risolta con tagli su tagli, ma solo con una strategia di investimenti. L’austerity neoliberista non può che sfiancare la Grecia. E, aggiungo, l’Italia: abbiamo bisogno di investimenti per la competitività quasi quanto la Grecia. L’indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è un grande atto di ipocrisia, se si considera che la Germania è il Paese che non ha mai onorato i suoi debiti, né dopo la prima né dopo la seconda guerra mondiale. Un altro grande atto di ipocrisia è che tante banche sono state salvate, con costi molto maggiori del salvataggio della Grecia, che invece non si è voluto fare nel nome di un totalitarismo finanziario cieco e ostinato, che non tollera alternative. La verità è che una ristrutturazione dei debiti è inevitabile in molti Paesi europei, non soltanto in Grecia (ricordiamoci che cosa comporterà il Fiscal Compact!): servirebbe una grande conferenza europea sul tema dei debiti, come propone Thomas Piketty. Altrimenti il modello sociale europeo deflagrerà del tutto. Tsipras ha lavorato sempre con l’idea di restare in Europa e, pur dovendo accettare un cattivo accordo, ha lasciato una luce accesa per uscire dal tunnel dell’austerity: i debiti si possono ristrutturare, occorre varare misure anticicliche che rilancino i consumi, le riforme devono servire a consentire gli investimenti. Tsipras l’ha fatto in piena solitudine, circondato e attaccato dal pensiero unico dell’austerity, nel silenzio assordante della socialdemocrazia europea, con una Spd più merkeliana della Merkel. Per questo non possiamo che ringraziarlo. Circa la Germania, condivido il giudizio di Roberto Speciale sul “bilancio negativo” del suo ruolo in Europa. E, naturalmente, il duro atto di accusa di Jurgen Habermas su The Guardian (18 luglio 2015).

La democrazia è uscita sconfitta. Abbiamo bisogno di un nuovo manifesto di Ventotene

Dalla vicenda greca è uscita sconfitta la democrazia. Comanda la Germania e soprattutto trionfa il potere finanziario. Governi e politici sono subalterni ai “mercati” e alla finanza. Come scrive Habermas su The Guardian, siamo di fronte a “una esautorazione tecnocratica della democrazia”, che è “il risultato di un modello neoliberista di politiche di deregolamentazione dei mercati”. Qualche settimana prima il filosofo tedesco aveva scritto: “Devono essere i cittadini, e non i banchieri, a dire l’ultima parola sulle questioni essenziali per il destino dell’Europa” (la Repubblica, 23 giugno 2015). La risposta alla domanda sul “che fare” non è affatto semplice. Sarebbe drammaticamente sbagliato pensare a una risposta basata sul ritorno agli Stati nazionali. Bisogna stare nel campo scelto da Tsipras: L’Europa. L’unità politica europea, però, si sta allontanando. La socialdemocrazia europea si sta dissolvendo e sta nascendo il “partito unico dell’Europa”, che lascia grandi spazi ai populismi antieuropeisti. Sono d’accordo sulla scelta di puntare sul Parlamento europeo, il luogo principe della democrazia europea: dovrebbe esercitare funzioni di indirizzo e di controllo sulla Banca Centrale e sulla politica monetaria. Ma il Parlamento ha bisogno di allearsi con forze che si mobilitino “dal basso” contro la de-democratizzazione e le crescenti diseguaglianze sociali prodotte dall’austerity. Serve un nuovo Manifesto di Ventotene: dovrà essere il risultato di una spinta congiunta dei cittadini, della società civile, degli intellettuali e del Parlamento europeo. Senza la mobilitazione di grandi energie popolari, sociali, culturali, l’Europa morirà. Come diceva Seneca: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, ma è perché non osiamo che sono difficili”.

#ThisIsACoup, di Federico Delfino

Nel mio piccolo vorrei dare anche io un contributo al dibattito sulla crisi dell’Unione europea, proprio perché da giovane europeo che la vive quotidianamente, mai come oggi la vedo messa in discussione da più parti e verso un punto di non ritorno.

La cosiddetta crisi greca costituisce un po’ la cartina di tornasole di questa nostra unione, basata troppo su principi economici importanti dagli Stati Uniti piuttosto che facenti riferimento alle nostre peculiarità e tradizioni culturali.

È proprio da qui che voglio cominciare la mia analisi. Trovo paradossale che un istituto come il FMI, leggasi Stati Uniti d’America (basta vedere il funzionamento di tale istituto per capire come il ruolo degli americani sia monopolista) debbano entrare in gioco nel determinare le misure economiche che un Paese europeo membro debba intraprendere. Ma certo è che questo privilegio è stato garantito da noi europei proprio per una nostra debolezza comunitaria endemica.

Una vera unione di Stati avrebbe senza dubbio dovuto mantenere una situazione economica indipendente rispetto agli americani, creando un parallelo fondo monetario europeo per risolvere le questioni in casa propria anziché andare a rivolgersi al FMI, le cui riforme liberiste in cambio di aiuti economici contrastano con le nostre esigenze e la nostra storia.

Certo è che questo ruolo guida avrebbero dovuto assumerlo Germania, Francia e Italia, ovvero le economie più forti. Tuttavia abbiamo sempre preferito nasconderci dietro ad altri problemi di carattere nazionale, chiudendoci a riccio ognuno sulle proprie esigenze nazionali e rifiutando un carattere comunitario delle riforme. Alcune norme poi si sono rivelate del tutto inadeguate, penso al Fiscal compact, e hanno avvantaggiato solo alcune economie a scapito di altre.

Fatto sta che alla prima vera crisi finanziaria l’Europa è dilaniata. I cosiddetti PIGS (oppure se volete aggiungere l’Italia PIIGS) sono dovuti correre ai ripari imbevendo le loro politiche macroeconomiche con ricette neo-liberiste che ricordano le gli anni di Reagan e della Thatcher.

Alcuni PIGS/PIIGS come l’Irlanda (la cui economia è però fortemente imperniata sugli Investimenti esteri diretti) il Portogallo e la Spagna attuando le riforme imposte hanno si messo freno crisi, ma hanno distrutto l’impianto di welfare State che avevano costruito a fatica. Le conseguenze di queste politiche  “liberal” non hanno fatto altro che aumentare il tasso di disoccupazione, in particolar modo quella giovanile[1].

Sui libri di storia ho a più riprese studiato il significato di “pace punitiva”, con la quale si alludeva alla Conferenza di Pace di Parigi del 1919, quando la Germania non venne solo punita, ma umiliata per quanto aveva fatto durante il Primo conflitto mondiale. In quel caso le potenze vincitrici non compresero la pericolosità delle sanzioni, forse anche impauriti da un possibile dilagare della rivoluzione bolscevica.

Il contesto di oggi, ad un primo impatto, me lo ricorda. Un Paese economicamente vincitore (la Germania) che insieme ad altri piccoli staterelli imbevuti di russo-fobia (i baltici, la Finlandia e la Polonia) che non solo vogliono punire la Grecia, ma vogliono umiliarla per affermare la propria (presunta) superiorità. E poi c’è lo spettro di Tsipras, quello che socialdemocratici e popolari europei hanno chiamato “populismo”, come ad accostarlo a Fidsez, Jobbik, Alba Dorata, Ultranazionalisti polacchi ecc…

Il problema dell’Europa secondo loro si chiama Alexis Tsipras, colui il quale vuole cancellare il processo di formazione europeo al quale fanno credere di tenere così tanto. Forse sbaglio, ma non sono loro quelli che hanno eletto Presidente della Commissione europea Juncker? Si, proprio quel Juncker che ha aiutato gli armatori greci (e i finanzieri di mezza Europa) ad evadere le imposte in Grecia riparando in Lussemburgo, per poi dare lezioni di correttezza pochi mesi e richiamando al rispetto di assurde richieste economiche i greci dilaniati dalla crisi. E l’antieuropeista poi sarebbe Tsipras!

Francamente, al di là di ogni calcolo economico, una Grexit sarebbe davvero difficilmente percorribile (nonostante Schaeuble la indicasse come ipotesi prioritaria). I cari tedeschi hanno semplicemente voluto evitare che si creasse un precedente, colpendone uno per educarne 18 (caspita, mi trovo per la prima volta nella mia vita d’accordo con i grillini, sono impaurito, ma pensate che effetto fa il duetto Schaeuble-Merkel!!!). E come dice Paul Krugman, abbiamo imparato che ormai a far parte della zona Euro significa che se sgarri i creditori sono in grado di annientare la tua economia.

Chiuso ora il tavolo greco adesso si aprirà quello spagnolo, dove Podemos, dopo le città di Madrid e Barcellona e pronto a prendersi la Moncloa. Quello che succederà è difficilmente definibile. Credo che, seguendo un filo logico, la Grecia non sarà nuovamente in grado di pagare i debiti accumulati a causa degli sforzi enormi richiesti da questo ennesimo patto antieuropeo firmato a Bruxelles nei suoi confronti. E se Tsipras fallirà? State certi che né i socialdemocratici né tanto meno i popolari si prenderanno l’Acropoli, ma sarà il turno di Alba Dorata. Sì, lo faranno democraticamente, proprio come un austriaco non tanto tempo fa si prese la Germania.

Certo è che il referendum greco è stato un errore politico, perché non ha fatto altro che inasprire la posizione oltranzista dei tedeschi, ma bisogna anche riconoscere a Syriza di aver avuto il coraggio di farsi nuovamente legittimare dal popolo a perseguire quella linea politica, e che mentre alcuni Paesi europei, forse troppo tardi, si sono resi conto che se continuiamo così perdiamo quella cosa stupenda che è l’Europa unita. Al progetto europeo infatti, che si appoggi o meno Tsipras, la Merkel, la Germania o la Grecia è stato inferto un colpo terribile. E chissà se un giorno Schulz, Gabriel, Schaeuble e la Merkel, pericolosamente uniti contro la Grecia e Tsipras, perdoneranno mai i greci per aver inventato la democrazia…

Spero che qualcheduno condivida il mio pensiero, ma spero che altrettanti non lo facciano, perché il pregio principale della “nostra Unione europea” è stato quello di unire ciò che fino ad anni fa sembrava impossibile mettere insieme.

[1]              Per una visione d’insieme più completa richiamo a: T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, ed. Bompiani, 2013.

Un’Europa senza visione … ma che spero riparta

Gian Furfaro, segretario PD Ansaldo Energia di Genova, risponde alle domande con le quali avevo incoraggiato alla discussione sul blog.

Che cosa ci ha insegnato la crisi greca?

Io credo che al netto delle colpe che sicuramente la Grecia ha, e che le vengono riconosciute, la crisi Greca ci presenta un‘Europa incapace di affrontare con la necessaria visione le problematiche che di volta in volta si presentano, sia economiche che politiche oppure emergenziali. Infatti l’Europa barcolla quando si tratta di affrontare i temi come l’immigrazione, la stessa crisi tra Russia e Ucraina ha visto la solita Germania in prima fila senza però una visione delle istituzioni europee.

Per ritornare alla Grecia, ho letto con attenzione le parole di Roberto Speciale: mi trova d’accordo sul fatto che forse il referendum sia stata una scelta politica sbagliata, soprattutto per come è stato formulato, però i Greci sono andati in massa a votare, e quindi è stato un esercizio di Democrazia, sono altresì d’accordo dove scrive dell’atteggiamento non solo eccessivamente duro nei confronti della Grecia ma forse vendicativo da parte della Germania e di alcuni suoi alleati.  E questo non credo sia un esercizio di Democrazia.

 L’UE di oggi è “germanizzata”?

Beh,  sostenere il contrario sarebbe un eufemismo, la Germania è al centro di ogni situazione, è la forza trainante di ogni decisione importante che si prende in Europa, anzi più delle volte è l’Europa ad inseguire le fughe in avanti della Germania, per esempio è notizia di domenica 26/07/2015 su Repubblica che il super ministro tedesco ha avuto l’idea, subito ripresa da Juncker, di una super tassa per rafforzare l’unione monetaria.

 L’Europa può ripartire con nuovo slancio o è destinata al declino?

Io penso, e lo spero, che l’Europa riparta con ampio respiro per completare quel progetto di condivisione dei valori e di politiche atti a garantire solidarietà e benessere e pace in tutta l’unione.

 Condividi la posizione del Governo italiano?

Mi è sembrato ambiguo, poco chiaro, d’altronde (almeno questa è la impressione) di certi temi il Governo nel suo insieme è latitante, parla solo il Presidente del Consiglio, non si sente la voce di alcun Ministro, ad eccezione del Ministro dell’Economia, che lo si sente sempre dopo la voce del Presidente.

Il fenomeno estivo dell’abbandono, di Gianfranco Uber

Ho letto l’articolo di Speciale, come non concordare sul fatto che il Parlamento Europeo dovrebbe avere più peso e perseguire maggiormente quell’unità politica che mi sembra allontanarsi sempre di più? Ma cosa si aspettano i cittadini europei da una progressiva unità politica?

Io mi attenderei una maggiore equità nella distribuzione non dico delle ricchezze ma almeno del benessere, ma visto che le meravigliose doti del mercato non pare funzionino in questo senso per tutti gli altri cosa si aspettano.

Forse si dovrebbe spiegare meglio alla gente come possono essere raggiunti questi obbiettivi in tempi non biblici e di capire se la maggioranza ha capito e dove sta. Mi auguro che si riesca anche a spiegare alle minoranze come, al costo di qualche sacrficio economico sostenibile, avranno il piacere di vivere in una società più giusta e meno pericolosa.

Ma chi può riuscire a fare ciò e attraverso quali strumenti? Sui tedeschi e su Tsipras non concordo totalmente con Speciale. I tedeschi non ci stimano (non solo noi italiani) e noi di certo non li amiamo, vero, ma ci sono buone ragioni che giustificano questo luogo comune che tuttavia andrebbe anche superato.

Il Referendum di Tsipras è stato probabilmente un errore tattico ma sono certo che i greci hanno premiato il NO non solo  per una valutazione dei sacrifici.

Il 12 luglio, mentre si discuteva il piano per la Grecia, ho disegnato questa vignetta, con questo commento:

Il fenomeno estivo dell’abbandono

Li abbiamo voluti con noi, ci sono stati molto utili, e adesso? Non si possono abbandonare così gli amici. Senza contare che non sappiamo in che mani possono finire.

E se l’Unione europea avanzasse solo tra alcuni Paesi?

Alcuni commentatori hanno sottolineato che la “crisi greca” (o meglio la più recente “crisi dell’Europa”) ha messo a nudo l’incompletezza della costruzione europea e insieme l’opportunità di compiere progressi verso una maggiore integrazione. Da tempo sussistono diverse modalità di integrazione differenziata all’interno della UE. Tra le varie opzioni, quella di creare un “nucleo duro” di Paesi dell’Eurozona, finalizzata a completare l’Unione economica e monetaria. E’ un’ipotesi percorribile? Paolo Ponzano, senior fellow all’Istituto Universitario Europeo di Firenze, interviene su questo argomento con un suo testo pubblicato recentemente sulla rivista Il Federalista e, prima sulla Revue du Droit de l’Union européenne diretta da Alfonso Mattera (N. 2-2015)- Edizioni Clément Juglar – Parigi

L’integrazione differenziata nell’ambito dell’Unione europea e la “costituzionalizzazione” dell’eurozona