Perché non mi sento orgoglioso di essere europeo, di Giorgio Pagano

Riceviamo da Giorgio Paganopresidente delle Associazioni Mediterraneo e Funzionari senza Frontiere 

Intervengo volentieri sul blog “Discutiamo sull’Unione europea. Che cosa ci ha insegnato la crisi greca?”. Sono a Sao Tomè, in Africa, impegnato in un progetto di cooperazione internazionale. Le uniche vicende che ho cercato di seguire su internet sono state quella greca e quella dell’immigrazione: due tristi storie che rappresentano un fallimento di enormi proporzioni per l’Unione europea. Cito anche la vicenda dell’immigrazione, perché i migranti sugli scogli di Ventimiglia, o l’annuncio che l’Ungheria vuole costruire una barriera sul confine con la Serbia, ci parlano di una mancanza di corresponsabilità e di una perdita dei valori di umanità e di solidarietà da parte dell’Europa. Un continente nato per smantellare le barriere al suo interno ed essere un territorio di libera circolazione per cittadini di varie nazionalità, oggi diventa un paravento per nuovi e rinati nazionalismi. Tutto ciò, visto dall’Africa, il luogo da cui partono per l’Europa centinaia di migliaia di profughi politici, economici e ambientali -anche a causa delle politiche neocoloniali di tanti Paesi, compresi quelli europei- non può che portare a condividere l’analisi di Stefano Rodotà: “Sembra che l’Unione abbia abbandonato l’ambizione di costruire il suo popolo” (la Repubblica, 16 luglio 2015). Un cambiamento drammatico di scenario che, lo confesso, non mi fa sentire orgoglioso di essere europeo. Le promesse e le speranze del 1992 non sono state mantenute. Ha ragione Gianni Pittella: “Questa Europa asmatica e individualista non piace e ha esaurito la sua spinta propulsiva. O si lavora da subito agli Stati Uniti d’Europa oppure saremo ben presto al traguardo finale”. È il grido di Altiero Spinelli che ritorna. Ma tutto attualmente milita contro il federalismo europeo. Come in ogni grande crisi sistemica, o si mobilitano grandi energie, “dall’alto” e “dal basso”, o tutto si sfibra fino allo scacco finale.

La luce lasciata accesa da Tsipras 

Concordo, in generale, con l’analisi di Nicola Vallinoto. Il Governo Tsipras ha certamente commesso errori, ma nei primi quattro mesi di vita aveva drasticamente ridotto il disavanzo e aveva un avanzo primario. La Grecia non aveva una crisi di liquidità, ma una crisi di solvibilità, originata a sua volta da una crisi di competitività. Una crisi che non poteva e non può essere risolta con tagli su tagli, ma solo con una strategia di investimenti. L’austerity neoliberista non può che sfiancare la Grecia. E, aggiungo, l’Italia: abbiamo bisogno di investimenti per la competitività quasi quanto la Grecia. L’indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è un grande atto di ipocrisia, se si considera che la Germania è il Paese che non ha mai onorato i suoi debiti, né dopo la prima né dopo la seconda guerra mondiale. Un altro grande atto di ipocrisia è che tante banche sono state salvate, con costi molto maggiori del salvataggio della Grecia, che invece non si è voluto fare nel nome di un totalitarismo finanziario cieco e ostinato, che non tollera alternative. La verità è che una ristrutturazione dei debiti è inevitabile in molti Paesi europei, non soltanto in Grecia (ricordiamoci che cosa comporterà il Fiscal Compact!): servirebbe una grande conferenza europea sul tema dei debiti, come propone Thomas Piketty. Altrimenti il modello sociale europeo deflagrerà del tutto. Tsipras ha lavorato sempre con l’idea di restare in Europa e, pur dovendo accettare un cattivo accordo, ha lasciato una luce accesa per uscire dal tunnel dell’austerity: i debiti si possono ristrutturare, occorre varare misure anticicliche che rilancino i consumi, le riforme devono servire a consentire gli investimenti. Tsipras l’ha fatto in piena solitudine, circondato e attaccato dal pensiero unico dell’austerity, nel silenzio assordante della socialdemocrazia europea, con una Spd più merkeliana della Merkel. Per questo non possiamo che ringraziarlo. Circa la Germania, condivido il giudizio di Roberto Speciale sul “bilancio negativo” del suo ruolo in Europa. E, naturalmente, il duro atto di accusa di Jurgen Habermas su The Guardian (18 luglio 2015).

La democrazia è uscita sconfitta. Abbiamo bisogno di un nuovo manifesto di Ventotene

Dalla vicenda greca è uscita sconfitta la democrazia. Comanda la Germania e soprattutto trionfa il potere finanziario. Governi e politici sono subalterni ai “mercati” e alla finanza. Come scrive Habermas su The Guardian, siamo di fronte a “una esautorazione tecnocratica della democrazia”, che è “il risultato di un modello neoliberista di politiche di deregolamentazione dei mercati”. Qualche settimana prima il filosofo tedesco aveva scritto: “Devono essere i cittadini, e non i banchieri, a dire l’ultima parola sulle questioni essenziali per il destino dell’Europa” (la Repubblica, 23 giugno 2015). La risposta alla domanda sul “che fare” non è affatto semplice. Sarebbe drammaticamente sbagliato pensare a una risposta basata sul ritorno agli Stati nazionali. Bisogna stare nel campo scelto da Tsipras: L’Europa. L’unità politica europea, però, si sta allontanando. La socialdemocrazia europea si sta dissolvendo e sta nascendo il “partito unico dell’Europa”, che lascia grandi spazi ai populismi antieuropeisti. Sono d’accordo sulla scelta di puntare sul Parlamento europeo, il luogo principe della democrazia europea: dovrebbe esercitare funzioni di indirizzo e di controllo sulla Banca Centrale e sulla politica monetaria. Ma il Parlamento ha bisogno di allearsi con forze che si mobilitino “dal basso” contro la de-democratizzazione e le crescenti diseguaglianze sociali prodotte dall’austerity. Serve un nuovo Manifesto di Ventotene: dovrà essere il risultato di una spinta congiunta dei cittadini, della società civile, degli intellettuali e del Parlamento europeo. Senza la mobilitazione di grandi energie popolari, sociali, culturali, l’Europa morirà. Come diceva Seneca: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, ma è perché non osiamo che sono difficili”.

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